Sopo blog – la vita è troppo breve per il lavoro sbagliato

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Oggi SOPO è lieta di ospitare una ragazza speciale, una che ne ha da raccontare sul lavoro, ma anche sulla famiglia, sugli amici, sull’Italia, l’Italia tutta intera.

Ci regala un assaggio, ma trovate tutto, ma proprio tutto su di lei qui: ziaatena.blogspot.it

Non è tutto oro quel che luccica.
E se lo è, non è detto che serva.
La scena tipo è questa:
“Ciaooooo, da quanto tempo che non ti vedo!Sei tornata?”
“Sì, son tornata un mese fa.”
“Ahhh e quando riparti???”
“Beh, in realtà NON riparto. Ho deciso di rimanere in Italia”
A questo punto potete copincollare uno qualsiasi dei soliti discorsi da mercato/bardegliamici/piazzadelpaese.
“Ma sei pazza?Rimanere in Italia??E che possibilità hai??Ma qui c’è la crisi?Ma andatevene voi giovani finchè potete!!!”.
Interrompo quest’amabile scenetta per presentarmi.
Piacere, Zia Atena, donna, 25 anni, Ingegnere Jr. Aerospaziale.
Esperienze lavorative: un anno in una grossa azienda produttrice di aerei ad Hamburg,Germania.
Mi piace lo slogan di questo blog  ”La vita è troppo breve per il lavoro sbagliato”. Lo faccio mio e ribatto dicendo “La vita è troppo breve per il lavoro giusto nel posto sbagliato”.
L’italica convinzione che l’erba del vicino estero sia sempre più verde porta la gente che, come me, ha deciso di rimpatriare a dover
costantemente subire scenette di cui sopra.
Sembra davvero troppo troppo difficile comprendere il perchè qualcuno possa amare il proprio Paese, pur riconoscendone i problemi.
Quello che non si considera è che lavorare in un posto “diverso” da casa propria significa anche e soprattutto viverci, possibilmente anche bene
E questo può non essere scontato.
Il lavoro in Germania era il top.
Il Paese dei balocchi.
Contratti di sole 7 ore settimanali, con straordinari che si convertono automaticamente in ferie.
I sindacati attenti come dei cani da tartufo che i lavoratori non siano “impiegati” per più di un tot ore a settimana.
Stipendi con cifre da capogiro.
Questo è il quadro percepito dall’esterno.
Dall’interno risulta tutto un po’ diverso.
Gli stipendi sono semplicemente adeguati alla mole di tasse che si pagano.
Vi ricordo che in Germania la sanità non è affatto gratuita e che l’assicurazione sanitaria, anche la più infima, ha un peso rilevante nel
bilancio mensile.
Stessa cosa vale per tutti i tipi di trasporti, efficientissimi ma carissimi.
Potrei stare ore a parlare di cose che sfatano il mito della Germania paese perfetto e del popolo Tedesco efficiente, puntuale, pulito.
L’unica cosa che manterrei dello stereotipo è l’ubbidienza.
Sono abituati ad accettare le regole senza replica.
Ho visto una sommossa sindacale di centinaia di migliaia di persone essere sciolta e repressa nel giro di mezz’ora senza nessun tipo di
conseguenza.
La stampa muta.
Non vorrei però cadere nell’errore di fare una dissertazione anti-tedesca di nessuna utilità.
Vorrei piuttosto concentrarmi su alcuni aspetti che non vanno sottovaluti nella scelta del posto di lavoro, inteso proprio come luogo fisico.
Quando son partita per la Germania, sapevo benissimo che non stavo andando alle Hawaii e sapevo altrettanto bene che ci sarei rimasta solo un anno, quindi ero preparata al peggio.
Evidentemente non abbastanza.
1.I cicli Giorno/Notte.
Per noi mediterranei il ritmo della giornata è scandito dalla luce del sole.
Per me che sono nata in terronia il sole rappresenta il centro della vita.
E’ impensabile pranzare alle 12 per il semplice motivo che la cena è generalmente slittata alle 21.30 o 22. Perchè prima fa troppo caldo. Per lo stesso motivo pochi negozi fanno orario continuato, ma chiudono nelle ore centrali del pomeriggio salvo poi stare aperti fino alle 21.30 (in alcuni posti anche fino alle 24).
Ma al di là del mio caso particolare, mi permetto di generalizzare sul fatto che in Italia ci si alza con il sole, si cena al tramonto e si va a letto un paio d’ore dopo. (Lasciamo perdere i bagordi del week end).
Questo in un posto come Hamburg è impossibile.
Essendo molto vicino alla calotta polare i cicli giorno/notte non sono affato equilibrati.
In inverno il sole sorge intorno alle 9 e tramonta alle 14.30/15, per un totale di poco più di 5 ore di luce.
In estate il sole sorge alle 4.30 e tramonta intorno alle 24, per un totale di circa 19 ore di luce.
Sembra una stupidaggine ma questi ritmi per me son stati davvero difficili da gestire.
Passare un intero inverno al buio, lavorare col buio, tornare a casa col buio, andare in palestra col buio, fare spesa col buio ha azzerato qualsiasi pensiero positivo.
E’ stata depressione allo stato puro.
Per contro in estate mi era impossibile riuscire a riposare il giusto per essere efficiente poichè mi addormentavo dopo il tramonto e mi svegliavo all’alba: 4 ore di sonno e 8 di lavoro non sono conciliabili.
Come dire, 2000km di fuso orario in latitudine possono fare la differenza.
2.Il clima.
Questa è una delle cose per la quale sono stata presa in giro di più in assoluto.
Che tutti giustamente mi chiedevano “Che t’aspettavi?Gonnellini brasiliani e abbronzatura total black?”.
No assolutamente.
Ma non mi aspettavo neanche mesi interi a decine di gradi sotto zero.
Una situazione simile in Italia sarebbe impossibile, ma anche liberatoria.
Che se ci sono due metri di neve in Italia al lavoro non si va punto e basta.
Se sei nel nord Europa invece no! Al lavoro ci vai e anche puntuale!
Ma intanto ti devi smazzare la bufera di neve, il vento che ti squama il viso, il fiume ghiacciato.
E con queste condizioni agevoli fai anche la spesa, vai in palestra ed esci la sera.
Cambio tempo del verbo, terza persona, chi ci è abituato lo fa.
Io son stata 6 mesi rinchiusa in casa.
3.Il cibo.
Sarò brevissima. Una vegetariana (peggio Vegana) in Germania non vive. Io ho preso 12kg mangiando patatine fritte.
E pur essendo grata per aver ricevuto una taglia di seno in più, vi posso assicurare che la frustrazione dei pantaloni che non si chiudono è stata durissima da superare.
Allo stesso modo mi permetterei di farvi notare che l’astinenza da carboidrato PASTA è una brutta, brutta cosa.
4.La lingua.
Prima di scegliere o accettare un lavoro all’estero, assicuratevi di avere un livello linguistico tale da poter comunicare con il resto del
mondo.
Non pensate di essere invincibili e di poter fare tutto da soli, perché prima o poi la vostra bici vi lascerà a piedi e sarete costretti a salire su un autobus e a chiedere quanto costa il biglietto.
Nella migliore delle ipotesi l’autista vi darà il biglietto indicandovi la cifra scritta, nella peggiore vi sbatterà fuori a calci perché siete
saliti su un autobus dei vecchini dell’ospizio che vanno in gita alle terme di FrozenSoPocoIo.
(Ogni riferimento a cose o persone è puramente casuale).
Quando son partita per la Germania il mio lessico tedesco contava una sola parola. DANKE.
Nient’altro.
Mi avevano tutti rassicurata sul fatto che i tedeschi conoscono l’inglese e che quindi non avrei avuto problemi.
Questo è vero. Tutti i tedeschi conoscono l’inglese o per lo meno lo capiscono.
Ma non è detto che siano disposti a parlarlo.
E qui veniamo al punto successivo.
5.Il grado di tolleranza media allo straniero
La lingua è una discriminante fortissima per il grado di tolleranza ottenibile.
Uno straniero che parla tedesco è una persona.
Uno straniero che NON parla tedesco può essere una persona, un animale, un vegetale, una muffetta, etc.. a seconda di chi si trova di fronte.
Ho trovato numerosissime persone disposte ad aiutarmi in inglese, altrettante che pur non conoscendo l’inglese mi capivano e mi
rispondevano a gesti.
Ho incontrato molte più persone che si rifiutavano di avere qualsiasi contatto con me.
Non parliamo poi dell’affittarmi una casa.
Molti mi chiudevano il telefono in faccia non appena iniziavo con ”Sorry…”
Essere tollerati e riuscire a integrarsi non è affatto una cosa scontata.
A questo scopo può essere di molto aiuto informarsi sugli usi locali.
Io sono il tipo che parla ad alta voce al telefono, saluta anche gli sconosciuti, accarezza tutti i cani, i gatti, i bambini non di proprietà.
E non sapevo che toccare un animale non proprio è paragonato a fare la pipì nei gerani del vicino nè tantomeno ero a conoscenza del sacrilegio che compievo nell’entrare in casa altrui senza togliere le scarpe.
Son passata dal comprare le scarpe belle al comprare i calzini belli e abbinarli al vestito.
Ma a parte questi tipici errori di “disinformazione” si può NON essere tollerati anche per motivi assolutamente ignoti.
Mi è capitato che più di una persona si alzasse dal posto in cui era quando io mi ci sedevo accanto in autobus. (Giuro mi lavavo tutti i
giorni!!).
Sono cose minime, stupide forse, ma che cambiano molto la qualità della vita.
E quindi la qualità del lavoro.
Tutte queste elucubrazioni per dirvi di fare attenzione ed essere obiettivi nel considerare tanti aspetti che riguardano il lavoro.
Se siete nati a Bergamo alta e vi chiamano per raccogliere angurie in Australia, anche se vi pagano fior di quattrini, potreste avere dei
problemini.
O se venite dalla Calabria saudita e un gruppo di Eschimesi vi contatta per la pesca dello stoccafisso siate consapevoli che il tonno Callipo è un’altra cosa e assicuratevi, se non altro, che oltre allo stipendio vi forniscano un termosifone portatile.
Adeguarsi a stili di vita, abitudini, regole diverse non è un’operazione da poco conto.
Può essere bello e avventuroso, ma può anche diventare un incubo.

Buona fortuna.

Qua bassa modenese.

La terra trema ancora, ma la normalità sta lentamente riacquistando i suoi spazi.
Così il lavoratore medio ai tempi del terremoto trascorre le sue giornate tra risate isteriche, sospiri di sollievo qualche “E che c**o!”".
La mattina entra in ufficio alle otto, perlustrando con sguardo ingnenieristico ogni piccola crepa “era sottile così ieri?!”, ammirando le colonne portanti della propria azienda e ipotizzando come si plasmerà ad essa in caso di necessità.
Su ogni scrivania giace un bicchiere di vetro o una bottiglia. No, non servono per bere: è il nostro sismografo personale.
A seconda dell’oscillazione dell’acqua possiamo capire se è la nostra immaginazione, che per l’ennesima volta ci ha fatto ballare o se è davvero la Terra a muoversi.
La mattina è un continuo schiocco di schiene e allungamento di muscoli, dopo una notte passata chi in tenda, chi in macchina.
Vige un decalogo di regole non dette, tra le cui: vietato chiudere le porte.  Può piovere, tirare il vento, grandinare: porta aperta! Vietato saltare, appoggiarsi repentinamente alle scrivanie, sbattere le porte: insomma creare un qualsiasi movimento che ricordi anche lontanamente le scosse.
Non importa quale mansione venga svolta, sullo schermo di  qualsiasi impiegato, statene certi: troverete a qualsiasi ora aperta la pagina del sito di geologia e vulcanologia nazionale, con l’elenco delle scosse.
Ad ogni piccolo movimento della terra (e sono tanti! davvero tanti!) parte il toto-scommesse: “Era il 2.4, no un 3, no un 2.2 ne sono certo!”. Era dai tempi dei Mondiali ’98 che non si scommetteva con tanto fervore.
Vietato urlare, a meno che non ti stia crollando il tetto in testa.
Scherzi a parte, la redazione di SOPO augura a tutti i lavoratori nelle zone colpite (compreso chi scrive) di ricominciare al più presto ad arrabbiarsi con i colleghi per una semplice frase mal detta, a correre in auto per strada semplicemente perchè ci si è alzati troppo tardi, dal proprio letto, nella propria casa; a dormire in tenda solo a ferragosto, in un campeggio a due passi dal mare e a comporre il numero dei propri cari solo per raccontare della tranquilla giornata appena trascorsa.
Per informazioni su come aiutare o presso quali associazioni fare volontariato potete contattarci direttamente.
Buon lavoro a tutti.

OGGI SOPO OSPITA UNA GUESS-STAR.

Per i pochi che ancora non la conoscono la trovate qua Polly:   www.volevofarelarockstar.com

Buongiorno cari Sopi, mi chiamo Wantsacracker. Polly, Wantsacracker.

Sono una (non più) precaria di ventinove anni, tre figlie, un marito (salpato per altri lidi), una gatta.

L’argomento che vi propongo è: durante il colloquio, devi dire o no che sei madre?

Il mio parere è che se te lo chiedono devi dirlo: intanto perché potrebbero comunque già saperlo, soprattutto se vivi in una piccola città, e mentendo faresti una figuraccia che di certo non ti farebbe guadagnare punti nella selezione; e poi perché se ti assumessero, dovresti passare il tempo a nascondere l’evidenza. Vi immaginate quando, sorprese dalla collega a dire al telefono “Uh poverino, non ha fatto la cacca neanche oggi?”, dovrete improvvisare che stavate parlando del fidanzato?

Se invece non ve lo chiedono sono assolutamente convinta del fatto che, se siete motivati per quel posto, non sia assolutamente necessario sbandierare i figli al primo colloquio, manco si trattasse di un grave handicap che se non svelaste vi sentireste disonesti. Perché tutti sanno che essere munite di una vagina, dalla quale è uscita/ uscirà prole, non ci toglie la capacità di lavorare, all’occorrenza stakanoviste più del capo. Solo un gretto maschilista orfano di madre potrebbe non assumervi perché siete madri. Una persona sensata non può pensare che un potenziale collaboratore con un importante obiettivo personale a lungo termine (che i suoi figli si levino dalle pall, ehm, crescere i propri figli), sarà meno performante o prenderà permessi su permessi a ogni malattia esantematica, a ogni linea di febbre del pargolo che superi la soglia dei 36 gradi centigradi.

Io, per dire, mamma single di tre, farei di tutto per non perdere il lavoro; e non era lo stesso quando non dovevo mantenere nessuno e anzi, mal che andasse c’era sempre mamma.

Eppur tuttavia, al mondo esistono ancora gretti selezionatori del personale che potrebbero soprassedere sulle vostre lauree, esperienze e referenze, all’informazione: Sono mamma. Li vedi proprio che intravvedono l’apocalisse, in ufficio, se solo dovessero fare l’errore di assumervi. Potreste presentarvi con un rigurgito sulla camicia; la sera del 23 dicembre potreste dover rinunciare a fare le 22 in ufficio causa recita di Natale; chissà, potreste addirittura chiedere le ferie in concomitanza con la chiusura delle scuole, in due inconsuete settimane nel periodo che va da metà giugno a metà settembre, quando gli altri, quelli senza figli, manco si sognano di andare al mare d’estate! Potreste persino prendere un virus gastrointestinale di quelli che si propagano solo negli asili; quelli che un collega maschio dedito solo al lavoro e abitante un monolocale decompressurizzato non buscherà mai, perché non va manco a pranzo la domenica dai suoi e mai, mai incontra persone in un ambiente non scevro da contaminazioni virulente.

E insomma, esiste gente che nel selezionarvi non prende in considerazione l’organizzazione millimetrica che si acquisisce vivendo ad incastro; la capacità di problem solver propria di chi ha dovuto soccorrere tre persone vomitanti in contemporanea; la pazienza di chi ogni giorno affronta urli e strepiti sparati a 150 decibel nelle proprie orecchie al passaggio televisivo dell’ultima bambola vestita da prostituta che si rifiuta di acquistare.

Io penso che se un selezionatore del personale è così ottuso, è molto probabile che io non voglia lavorare con lui, e in ogni caso non mi sento obbligata a renderlo edotto della mia composizione familiare, più di quanto non gli racconterei che soffro di gastrite nervosa e dopo cinque minuti in sua presenza dovrei già mettermi due giorni in malattia.

E non dimentichiamo che se il selezionatore non si interessa del vostro stato proceativo, probabilmente considera più importante l’acquisizione di altre informazioni su di voi. Lavorative, appunto. E che potrebbe trovare la presenza o meno di figli un’informazione personale e riservata al pari delle vostre performances sessuali o delle vostre abilità sportive.

Premio Presenza

aprile 20, 2012 busta paga, Occupazione Comments

Sarà capitato a qualcuno di leggere sulla propria busta paga una voce bizzarra: “premio presenza”.

Gli stacanovisti hanno reagito facendo spalluce  e qualcuno ha sentito esclamare “Embè vorrei vedere!”

I più si sono sorpresi, altri si sono illuminati e la loro mente ha inevitabilmente iniziato a fantasticare su un improbabile indomani in cui sarebbero stati accolti in ufficio con striscioni e trombette, mentre il proprio capo a braccia aperte, con sorriso smagliante esclamava:

Grazie per essere venuto! Anche oggi!”.

Io ho provato uno strano senso di sollievo e, personalmente, ho pensato:  ”Ma allora si accorge che ci sono. Sempre!”.

Nonostante il “Premio presenza” suoni un po’ come il “Premio Fedeltà” che regalano al primo che riesce a prendere  la linea alla radio, viene riconosciuto a tutti. Senza neanche bisogno di alzare la cornetta!

Lo scopo di questo riconoscimento è di scoraggiare l’assenteismo: l’azienda infatti, a seguito di accordi con le categorie di rappresentanza, decide di riconsocere un premio ai propri dipendenti che si sono assentati meno di un numero di ore prestabilito.

Questo tipo di retribuzione, tuttavia, non è molto conosciuto poiché non è frequente nella contrattazione collettiva di categoria.

I principali settori che fanno uso di questo strumento sono il settore chimico, medico e  metalmeccanico; gli accordi su come elargire il premio sono svariati, tuttavia il più comune è: sottrarre alle giornate di presenza al lavoro (conteggiate alla fine dell’anno),  i giorni di ferie annue spettanti (27 con meno di 20 anni di anzianità o 28 con più di 20 anni di anzianità) e sommare i giorni di ferie effettivamente utilizzati.

Tendenzialmente non sono considerati assenza: congedi dovuti a matrimonio, congedi dovuti a morte, congedi parentali, permessi per malattie del bambino (14 giorni annui), permessi elettorali, permessi dovuti ad incarichi istituzionali, le ferie relative ad anni precedenti utilizzate nell’anno.

Ciascun contratto prevede un diverso importo da corrispondere  in busta paga.

Le aziende ed i settori che adottano questo intelligente strumento sono ancora una minoranza, ma speriamo che in futuro aumentino.

Si sa che il lavoro ha sempre addolcito la vita: il fatto è che non a tutti piacciono i dolciumi.

Victor Hugo